Nucleare, scorie e deposito al centro di Unfakenews su Nuova Ecologia

La via d’uscita dall’eredità nucleare sulla copertina di marzo di Nuova Ecologia. Il nuovo focus della campagna Unfakenews di Legambiente e Nuova Ecologia a 10 anni dall’incedente di Fukushima.

“Il deposito non sarà un impianto pericoloso. Lo sono invece gli attuali siti di stoccaggio presenti in tutta Italia”.

Il numero di marzo della Nuova Ecologia è stato presentato in diretta sulle pagine Facebook di Legambiente e La Nuova Ecologia e su www.lanuovaecologia.it

A dieci anni dall’incidente di Fukushima, Nuova Ecologia dedica la sua copertina di marzo al nucleare e al deposito di rifiuti radioattivi che dovrà essere realizzato in Italia, per le nostre scorie, e di cui si è finalmente aperto il percorso per giungere a una scelta condivisa sul sito. Inevitabilmente, considerate le reazioni spesso negative dei territori interessati dalle aree potenzialmente idonee, questo è anche il tema di Unfakenews, la campagna di Legambiente e del suo mensile, volta a scongiurare le bufale ambientali, in particolare sul fronte mediatico ma non solo.

Eredità dalle passate attività nucleari e oggi generati anche da attività di ricerca mediche e industriali, le scorie sono materiali radioattivi (liquidi, gassosi o solidi) per i quali nessun utilizzo ulteriore è previsto e che devono essere smaltiti. Uscita di sicurezza si legge sulla copertina di Nuova Ecologia illustrata da Pierluigi Longo, e poi: Trasparenza, partecipazione, responsabilità. Solo con un vero dibattito pubblico possiamo lasciarci alle spalle l’eredità nucleare e realizzare un deposito per i rifiuti radioattivi. La pubblicazione della CNAPI (la Carta nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee a ospitare il Deposito Nazionale e Parco Tecnologico), da parte della Sogin il 5 gennaio scorso, rimasta secretata per sei anni e tre governi, ha, infatti, finalmente aperto il percorso per arrivare a una soluzione condivisa sui nostri rifiuti radioattivi e mettere il Paese in sicurezza.

“Vanno messe in campo tutte le attività di coinvolgimento e discussione per spiegare di che si parla, bisogna poi essere certi che ci siano gli incentivi per chi ospiterà l’impianto. Ma una decisione va presa, altrimenti dovrà farlo il governo” spiega Alessandro Bratti, direttore di Ispra ed ex presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti, intervistato da Fabio Dessì per la storia di copertina. Anche perché, aggiunge Bratti, che ha gestito il passaggio di consegne fra Ispra e Isin, l’Ispettorato per la sicurezza nucleare, “mi sembra che le preoccupazioni siano eccessive”. Chi vive nelle 67 aree “potenzialmente idonee”, indicate da Sogin, con buone probabilità non la pensa così. È importante, dunque, chiarire alcuni punti.

Secondo gli ultimi dati (dicembre 2019) dell’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (Isin), in Italia ci sono poco meno di 31.000 m3 di materiale radioattivo, corrispondenti a 2,9 milioni di Giga-Becquerel (unità di misura che esprime la “carica” dei rifiuti radioattivi). Anche se, nel nostro paese, centrali e altre installazioni connesse al ciclo del combustibile non sono più in esercizio, sono ancora necessarie le attività legate al loro smantellamento e alla gestione dei rifiuti radioattivi prodotti. Sono inoltre ancora attivi alcuni piccoli reattori di ricerca ed è sempre più diffuso l’impiego di sorgenti di radiazioni ionizzanti nelle applicazioni mediche, nell’industria e nella ricerca, con conseguente produzione di rifiuti radioattivi. La nuova classificazione prevede la loro suddivisione in 5 classi, in funzione della radioattività e del tipo di deposito necessario al loro stoccaggio, temporaneo o definitivo: rifiuti radioattivi a vita media molto breve, ad attività molto bassa e di bassa, media e alta attività. Quelli ad alta attività sono destinati a un deposito geologico ancora da individuare in Europa, le altre categorie finiranno al Deposito nazionale.

I nostri rifiuti radioattivi sono attualmente in 24 impianti in 8 regioni (Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio, Campania, Basilicata, Puglia e Sicilia), a cui si aggiungono 95 strutture che utilizzano “sorgenti di radiazioni”, cioè materie radioattive e macchine generatrici di radiazioni ionizzanti. Fra i 24 impianti ci sono le quattro ex centrali nucleari e i due centri di ritrattamento dei combustibili irraggiati (Saluggia, Rotondella). Molte di queste strutture temporanee hanno notevoli criticità impiantistiche e di localizzazione, che le rendono inidonee e pericolose nella gestione dei rifiuti radioattivi. Nessun sito fra quelli che oggi ospitano materiali e rifiuti radioattivi è stato ritenuto idoneo per il deposito nazionale.

Da qui la necessità di un deposito nazionale unico, per sistemare in via definitiva i rifiuti a bassa e media attività che arriveranno dai siti temporanei, dallo smantellamento delle vecchie centrali e dai futuri rifiuti generati dalle attività di ricerca e mediche. La struttura, prevalentemente in cemento armato, prevede barriere ingegneristiche, poste in serie con effetto matrioska, e sfrutterà le barriere naturali dovute alla geologia del sito individuato. Depositi di questo tipo sono già esistenti in Spagna (El Cabril), Francia (L’Aube) e Regno Unito (Drigg). La CNAPI ha individuato 67 aree potenzialmente idonee secondo le caratteristiche di idoneità previste dalla Guida Tecnica n. 29 dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale e i requisiti indicati nelle linee-guida dell’International Atomic Energy Agency. Il tempo per formulare delle osservazioni di merito da parte del pubblico è stato prolungato rispetto ai 60 giorni inizialmente previsti – secondo normativa vigente – portandolo fino a 180 giorni. Un passo importante per permettere una maggior informazione e condivisione dei criteri di selezione adottati da parte dei territori e per verificarne la veridicità.

“Oggi i rifiuti sono in luoghi insicuri che vanno liberati – commenta il presidente di Legambiente, Stefano Ciafani – il deposito per i rifiuti di media e bassa attività va individuato ma deve essere la prima grande opera realizzata con un dibattito pubblico vero, come quello regolato per legge in Francia. Le piccole quantità di scorie italiane ad alta attività vanno invece smaltite nel deposito internazionale previsto dalla direttiva europea, visto che il nostro Paese ha sconfitto il nucleare con i referendum e fortunatamente non le produrrà mai più”.

L’investimento per costruirlo, opere accessorie incluse, è stimato in 1,5 miliardi. A finanziarlo sarà la voce della bolletta elettrica che già copre i costi dello smantellamento. A questo proposito va sottolineato che un report della Cgil ha svelato che dei 3,7 miliardi pagati dal 2001 al 2018 attraverso le bollette, appena 700 milioni sono andati al decommissioning, il resto è stato speso in manutenzione dei depositi temporanei, per trattare il combustibile all’estero, far funzionare la struttura e pagare il personale.

Seguono altri servizi e interventi sul nucleare, italiano e non, tra cui La lezione sprecata di Fukushima, dove Fabio Massi racconta i ritardi nella bonifica e nella ricostruzione delle aree intorno alla centrale danneggiata dal terremoto e dallo tsunami. Solo sei sindaci, sui 42 delle municipalità del nordest del Giappone più colpite dagli eventi catastrofici del 2011, considerano completati i programmi di ricostruzione del proprio territorio, mentre un amministratore su tre non è in grado di indicare quando potrà portarli a termine. Dieci anni dopo restano distorsioni e disuguaglianze tra i cittadini, ma l’atomo è ancora la scelta energetica preferita di Tokyo; e, ci dice Pio d’Emilia, nonostante il via libera del governo, nella vecchia zona proibita le abitazioni restano vuote e i terreni abbandonati, è tornato solo chi non ha più nulla da perdere. Intanto, sulle conseguenze dell’incidente di Chernobyl è arrivato l’allarme di uno studio inglese: nel granaio d’Europa, l’Ucraina, i cereali provenienti dall’area interessata dall’incidente di Chernobyl sono ancora contaminati, come spiega Giulia Assogna nel suo pezzo Isotopi a tavola. Mentre Sergio Ferraris riporta come in tre mesi la centrale bielorussa di Astravyets, realizzata dall’azienda di stato russa Rosatom, si sia fermata due volte, e la Lituania abbia denunciato un terzo incidente; ma Minsk ha posticipato a data da destinarsi l’ispezione internazionale per verificarne la sicurezza. Segue l’analisi dei fisici e leader antinuclearisti Gianni Mattioli e Massimo Scalia su come e perché l’energia nucleare non abbia messo mai al centro sicurezza e gestione delle scorie, tant’è che la realtà si è incaricata di dire che un incidente catastrofico è cento volte superiore alla più pessimistica delle stime. Tuttavia, mentre le rinnovabili battono oggi il nucleare 10 a 1 sui costi di produzione, la Francia pensa di prolungare la vita di 32 reattori.

In questo numero di Nuova Ecologia, inoltre, Sabrina Pisu racconta la genesi del libro di memorie di Letizia Battaglia, Mi prendo il mondo ovunque sia, e gli incontri-intervista con la grande fotografa palermitana. L’inchiesta di Rocco Bellantone ci porta sul Delta del Po, dove nelle province di Padova, Mantova, Rovigo, Ravenna e Ferrara, dal 2012, dopo il riconoscimento Unesco del delta del Danubio, si sono trasferiti molti bracconieri ittici provenienti per lo più dalla provincia rumena di Tulcea. È ambientata, invece, nella bassa bolognese, la vicenda su cui fa il punto Francesco Dradi, nella sezione dedicata alle vertenze territoriali: a fianco del casello autostradale sull’A13, ad Altedo, 73 ettari di risaie saranno ricoperti di cemento per ospitare un polo logistico. Il sì dell’amministrazione non scoraggia gli ambientalisti che si battono per un dietrofront.

Questi e altri contenuti saranno al centro della presentazione del nuovo numero, in diretta oggi, 1 febbraio, dalle ore 11,30 sulle pagine Facebook di Legambiente e La Nuova Ecologia e su lanuovaecologia.it.

Introduce e modera Francesco Loiacono, direttore Nuova Ecologia. Partecipano: Alessandro Bratti, direttore generale Ispra, Andrea Minutolo, responsabile scientifico Legambiente, Massimo Scalia, presidente Commissione decommissioning, e i giornalisti Fabio Dessì, Pio d’Emilia, Elisa Cozzarini, Sabrina Pisu, e  Giulia Assogna. Durante la presentazione Gianlorenzo Ingrami realizzerà delle vignette in diretta.

https://unfakenews.legambiente.it/

https://www.lanuovaecologia.it/

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