Presentato a Rimini il dossier “Oltre il fossile: energia e lavoro nell’Adriatico del futuro”

Liberiamo il mare dalle fossili. La Goletta Verde di Legambiente  lancia da Rimini l’appello per l’immediato smantellamento delle 34 piattaforme inattive e abbandonate nei nostri mari.

Un piano per l’Adriatico: riconvertire il settore off- shore del fossile partendo dal distretto di Ravenna.

Legambiente: “Emilia Romagna ancora troppo dipendente dalle fossili. Paradossale che ENI si ostini ancora nell’estrazione delle fossili e non investa in impianti ad energia rinnovabile, se non pochi kW per impianti sperimentali.”

Un piano per l’Adriatico  per salvare clima e lavoro, partendo dal grande “cantiere” di dismissioni delle piattaforme  e dalle energie rinnovabili.

E’ questo quanto ha presentato Legambiente oggi a Rimini nel dibattito a cui hanno preso parte il Sindaco di Ravenna Michele De Pascale, Ivan Missiroli Fiom Ravenna, Alberto Bernarbini di Quint’X; Franco Nanni rappresentante settore off shore; Paolo Calvano, Consigliere Regionale Emilia Romagna; Marco Croatti, Commissione Industria del Senato; Rappresentanti del Friday for future Rimini

Secondo l’associazione ambientalista il settore degli idrocarburi in Emilia Romagna è da tempo in crisi. Lo è dal punto di vista dell’occupazione e del fatturato e nonostante i tanti “regali” che i Governi hanno garantito alle società del fossile. Sarebbe inutile e sbagliato pensare che il settore artigianale ed industriale dell’indotto  possa essere risollevato con ulteriori regali alle lobby delle fossili aggravando la crisi climatica.

Nelle condizioni attuali, occorre al contrario rivolgere l’attenzione politica e delle forze economiche e sindacali, verso un netto cambio di passo che offra anche una seria e pragmatica riconversione dell’intero settore industriale, puntando sulle rinnovabili e sul decommissioning delle piattaforme.

“Nel mare italiano sono 138 gli impianti offshore, 94 dei quali nella fascia delle 12 miglia. Di questi almeno 34 possono essere smantellati subito, perché mai partiti o non più produttivi – afferma il direttore generale di Legambiente Giorgio Zampetti -. L’attivazione di un programma di dismissione cadenzato e razionale porterebbe ad un vero e proprio “cantiere” diffuso della durata di non meno di 15-20 anni. Un tempo di fatto compatibile con una transizione economica sempre meno dipendente dal fossile. Ma il percorso verso la riconversione energetica – conclude Zampetti –  passa anche dalla cancellazione dei sussidi alle fonti fossili che in Italia ammontano a circa 18 miliardi di euro all’anno tra diretti e indiretti”

Anche sul programma di dismissione delle piattaforme ormai fuori produzione, il sistema nazionale sta garantendo alle società petrolifere benefici ingiustificati, senza chiederne le dismissioni. Spostando avanti nel tempo gli investimenti e le spese a carico delle aziende.

Tra le piattaforme da smantellare almeno 15 si trovano entro le 12 miglia marine nell’Adriatico ravennate. Ovviamente il Decommissioning avviato sul livello locale garantirebbe anche la formazione di uno specifico know-how da potersi spendere anche su un mercato globale.

Non solo dismissioni, ma anche nuove installazioni: in particolare si è dibattuto della fattibilità di eolico off-shore lontani dalla costa, reso più interessante grazie alle nuove tecnologie. Oltre ad investimenti su solare, biometano, e risparmio energetico.

“E’ ovvio che se la guida di un simile percorso può essere solo nazionale – dichiara Lorenzo Frattini Presidente di Legambiente Emilia Romagna –  le spinte dal territorio, a cominciare da Regione Emilia Romagna e rappresentanti dell’area ravennate (politica, come aziende e sindacati) devono chiedere di andare nella giusta direzione.”

Da tempo Legambiente chiede inoltre che la principale azienda energetica controllata dallo Stato, cioè l’ENI, riorienti i propri investimenti in modo significativo verso le energie verdi ed il risparmio energetico. Purtroppo su questo il lavoro è tutto da fare.

Nel pieno della crisi climatica ENI non manifesta infatti alcun impegno sulle rinnovabili in Emilia Romagna, eccetto alcuni impianti pilota per l’energia da maree, partiti quest’anno. E’ drammatico  che in una delle regioni dove ha maggiori interessi nazionali, ENI  non abbia attivato un parco di impianti ad energia rinnovabile, se non pochi kW per impianti sperimentali.

Una inadeguatezza dell’azienda, ma anche un fallimento della politica che continuamente rivendica la centralità dell’Emilia Romagna sul settore energetico tradizionale, ma non è stata in grado di ottenere di più sulle energie verdi.

“Investimenti che non guardano al futuro e che non garantiranno la sopravvivenza del settore –  sostiene sempre Frattini -. Per questa ragione è importante riflettere su nuovi modelli e motivare le aziende del fossile ad innovarsi. Serve più lungimiranza nelle politiche energetiche nazionali e regionali: l’Emilia Romagna vede oggi solo un 10,5 % di quota rinnovabile”.

Ancora oggi invece, buona parte degli idrocarburi estratti in Emilia Romagna è esente da royalties: nel 2018 la produzione è stata esentata per il 63% con un “mancato introito” pubblico di oltre 6 milioni di euro. Anche il mancato adeguamento ai parametri di altri Paesi dei canoni di concessione, nonostante ci sia stato un piccolo rialzo di recente, ha portato un mancato incasso da parte della Regione di 50 milioni di euro.

L’associazione ha concluso ricordando l’emergenza climatica che colpisce già in modo forte in modo forte anche la Regione. “Un’emergenza che, nel nostro territorio – ha concluso il Presidente di Legambiente Emilia Romagna, Fratini –  si traduce irreversibilmente in danni alla costa, sempre più soggetta a mareggiate e rischio ingressione. Assistiamo ad una miscela esplosiva: la somma di subsidenza, innalzamento del mare e mancanza di apporto solido dai fiumi sempre più artificiali. In questo quadro e con risorse pubbliche finite, è evidente che nei decenni futuri le istituzioni non potranno difendere in modo adeguato tutta l’intera costa regionale. La politica dovrà fare scelte difficili e capire come gestire questo rischio, oggi del tutto trascurato”. 

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