Olio di palma nel diesel: il 58% degli italiani chiede lo stop prima del 2030. E Legambiente scrive a senatori e deputati

I risultati del sondaggio europeo condotto da YouGov per conto di Transport & Environment rivelano come gran parte dei cittadini voglia interromperne l’utilizzo in anticipo rispetto alla data concordata dall’Ue e dire basta anche all’impiego dell’olio di soia.

In evidenza anche un altro dato: il 90% degli italiani intervistati non è informato sull’uso di olio di palma e di soia nella produzione di diesel, che ha un caro prezzo sia per l’ambiente che per le tasche dei cittadini

Legambiente scrive a senatori e deputati: “Valutino emendamenti alla Legge di delegazione europea 2019 in corso di approvazione, anticipando lo stop ai sussidi all’olio di palma al più tardi al 2023”

La maggioranza degli italiani – in linea con il resto dei cittadini europei – non vuole bruciare olio di palma e di soia nei motori delle proprie vetture e degli aerei. E chiede di fermare l’utilizzo dell’olio di palma nella produzione di biocarburanti in anticipo rispetto al 2030, data di interruzione concordata dall’Ue. A rivelarlo sono i risultati del sondaggio europeo condotto da YouGov per conto di Transport & Environment e pubblicato oggi.

Un dato di cui, a ben vedere, Parlamento e Governo nazionale ed europeo dovrebbero tenere conto durante questa particolare fase in cui stanno riscrivendo le leggi sulle fonti di energia rinnovabili e che presenta, dunque, l’opportunità di porre al più presto un freno alla produzione di olio di palma, principale causa (diretta e indiretta) della deforestazione globale, nonché minaccia concreta per le specie animali e vegetali in via d’estinzione e per il futuro dell’umanità.

Un vero e proprio delitto ambientale di fronte al quale proprio oggi Legambiente, dati e sondaggio alla mano, ha deciso di scrivere ai senatori e ai deputati della Repubblica italiana per invitarli ad accelerare lo stop ai sussidi a favore del diesel da olio di palma, forte anche del dossier pubblicato sui biocarburanti nel luglio scorso e del lancio della petizione #unpienodipalle che tanto successo ha riscosso nell’ambito della campagna Save Pongo.

In Italia, oltre la metà degli intervistati (il 58%) ritiene giusto che l’Unione europea smetta di promuovere l’utilizzo dell’olio di palma nel gasolio in anticipo rispetto alla data concordata del 2030, a causa del suo impatto ambientale durante la coltivazione: tra questi, il 34% (un terzo degli interpellati) vorrebbe che ciò avvenisse al più presto, già a partire dal 2021, mentre il 24% ritiene che lo stop debba arrivare prima del 2030, termine ultimo fissato dall’Europa per lo stop. Appena il 7% si dice contrario alla decisione di interromperne l’uso. Analogamente, il 54% degli italiani intervistati vuole interrompere anche l’utilizzo della soia, la cui produzione è un altro fattore importante nella deforestazione globale. Ma c’è un altro dato che emerge con forza dal sondaggio condotto nel nostro Paese: ben il 90% degli intervistati non era a conoscenza del fatto che il diesel venduto in Italia contenesse olio di palma e di soia. Va rilevato, inoltre, che tra la minoranza degli informati (il 10%) cresce la percentuale di quanti desiderano l’interruzione dell’utilizzo dell’olio di palma (il 62%) e dell’olio di soia (il 66%) nei biocarburanti.

Bruciare olio di palma è dannoso per uomo e ambiente, più del petrolio. Questo perché la crescita delle piantagioni, specie in Indonesia, ma anche in Africa e Sud America, avviene a discapito delle grandi foreste tropicali e delle torbiere, patrimonio unico di biodiversità – basti pensare agli animali che le popolano, dall’orango alla tigre al rinoceronte –, ma anche sulla pelle delle popolazioni indigene, cacciate e sfruttate insieme ai contadini poveri e alle loro famiglie, spesso pagati meno di un dollaro al giorno. Ma a farne le spese è il mondo intero, come dimostra il rapporto “Globion” pubblicato della Commissione europea, secondo cui le emissioni di COdirette e indirette (incendi e prosciugamento delle torbiere) prodotte dalla combustione di un litro di olio di palma sono mediamente triple rispetto a quelle prodotte da un litro di gasolio fossile.

La situazione italiana. Secondo gli ultimi dati disponibili (GSE, relativi al 2018), il Belpaese utilizza almeno 1,23 milioni di tonnellate di olio di palma o derivati (complessivamente il 70% del quantitativo importato a livello nazionale) per produrre biodiesel (584 mila t) o elettricità. La rimanente quota, invece, è destinata ai cibi preparati (soprattutto dolci), detersivi e cosmetici. Al contempo, si teme che il consumo di olio di soia per utilizzi energetici possa crescere rapidamente anche in Italia, in linea con le tendenze già osservate nel resto d’Europa.

Tornando all’olio di palma, a oggi l’Italia ne risulta il terzo Paese importatore nell’Unione europea. A rimetterci, però, sono le tasche dei cittadini: nel 2018, infatti, per aggiungere olio di palma a diesel ed elettricità, gli italiani hanno pagato 900 milioni di euro in più tra pieni di carburante e bollette. E quel che è forse più grave, senza risultarne adeguatamente informati, come emerge dal sondaggio appena pubblicato. Ritrovandosi a pagare di più, paradossalmente, per inquinare.

Anche i Senatori ignorano? Appena approvata nel suo testo provvisorio alla Commissione Affari Europei del Senato della Repubblica, la “Legge di delegazione europea 2019 (che andrà prima al voto della plenaria del Senato e poi alle Commissioni della Camera) prevede che l’utilizzo dell’olio di palma venga progressivamente abbandonato tra il 2024 e il 2030. Mentre Legambiente da tempo ne chiede la fine, con una petizione che reca la firma di oltre 60 mila cittadini, a partire dal 1° gennaio 2021, e persino la stessa Eni – incalzata dall’associazione ambientalista all’Assemblea azionisti tenutasi lo scorso maggio – ha promesso di rinunciare all’olio di palma entro il 2023.

Chi vuole bruciare, allora, olio di palma anche dopo il 2023? A conti fatti, continuare a bruciare tonnellate di olio di palma converrebbe unicamente ai commercianti di prodotti petroliferi e a “piccole” bioraffinerie come la Musim Mas di Livorno (30-40 dipendenti), che lucrano su un commercio di centinaia di milioni di euro, pagati inconsapevolmente dalle famiglie italiane.

Un commercio di morte di fronte al quale Legambiente non rimane inerte, decidendo di scrivere una lettera indirizzata alle senatrici e ai senatori della Repubblica italiana e una alle Commissioni Affari Europei, Trasporti e Ambiente della Camera dei Deputati a firma del suo presidente, Stefano Ciafani, per chiedere loro di cambiare la legge in fase di approvazione e di arrivare il prima possibile allo stop dei sussidi all’olio di palma nei biocarburanti e biocombustibili.

“La data del 31 dicembre 2030 indicata nel testo licenziato dalla Commissione al Senato rappresenta il termine massimo consentito dalla nuova direttiva europea per escludere l’olio di palma dal novero delle fonti rinnovabili – spiega Giorgio Zampettidirettore generale di Legambiente – In altri Paesi membri, come la Francia, è invece già possibile anticiparne l’eliminazione nei biocarburanti a partire dal 2021. La stessa Eni, principale importatrice nazionale di olio di palma, che più volte come Legambiente abbiamo incalzato anche attraverso la nostra campagna #unpienodipalle, ha promesso di abbandonarne l’utilizzo entro il 2023. Perché, dunque, l’Italia dovrebbe proseguire a importarlo e bruciarlo per i prossimi dieci anni? Lo chiediamo alle nostre senatrici e ai senatori, ma anche alle Commissioni Affari Europei, Trasporti e Ambiente della Camera dove la legge approderà, ricordando loro che il continuo incremento del consumo di olio di palma ai fini energetici è oggi la principale causa di deforestazione nel mondo e di veri e propri crimini contro l’umanità, compresa la violazione di diritti civili e del lavoro”.

Legambiente allega quindi alle lettere due possibili emendamenti alternativi per l’approvazione della Legge di delegazione europea 2019: il primo per l’abolizione dell’olio di palma nella produzione di biocarburante già dal 1° gennaio 2021, il secondo per una riduzione graduale entro il 2023.

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