Dossier Taranto

Valutazione preventiva del danno sanitario, bonifiche, Contratto Istituzionale di sviluppo, risarcimenti: le proposte e le richieste di Legambiente per l’Ilva di Taranto.

Ecco le proposte e le richieste di Legambiente relative alla VIIAS (Valutazione preventiva dell’impatto ambientale e sanitario) ed alla Sicurezza e Innovazione tecnologica dello stabilimento siderurgico, alla bonifica delle aree contaminate di competenza dei Commissari straordinari di Ilva in AS, alla bonifica del Mar Piccolo, al CIS (Contratto Istituzionale di Sviluppo) di Taranto, all’utilizzo delle acque reflue dei depuratori Gennarini e Bellavista, al tema dei risarcimenti dei cittadini di Taranto.

Dossier Taranto

IMPATTO SANITARIO: Subito la Valutazione preventiva dello stabilimento siderurgico

La richiesta di procedere alla VIIAS, la Valutazione preventiva dell’impatto ambientale sanitario e ambientale dello stabilimento siderurgico di Taranto è una richiesta “storica” di Legambiente, rivolta a tutti i governi che si sono succeduti in questi anni. L’abbiamo ripetuta all’attuale Governo con una nostra lettera indirizzata al Ministro dell’Ambiente il 25 settembre dello scorso anno. Da allora sono passati oltre sette mesi in cui si sono susseguiti a Taranto una serie di eventi che, anche in ragione della loro concomitanza, hanno destato grande allarme tra i cittadini senza che venisse adottato dal Governo alcun provvedimento. Abbiamo reiterato la richiesta durante l’incontro con i Ministri Di Maio, Costa, Grillo, Lezzi e Bonisoli e preso nota dell’annuncio dell’adozione in breve tempo di un decreto interministeriale dei Ministeri di Ambiente e Salute che introdurrà una valutazione del danno sanitario in funzione preventiva. A tutt’oggi non c’è traccia di questo provvedimento annunciato.
Taranto è stanca di attendere. Per questo, nei giorni scorsi ha urlato la sua rabbia, il suo dolore, la sua angoscia. E tornerà a farlo: perché non si può chiedere a nessuno di attendere in silenzio che, a posteriori, vengano confermati anche per il Piano Ambientale targato Arcelor Mittal i rischi per la salute evidenziati da Arpa ed Ares Puglia e dalla ASL di Taranto nella Valutazione preventiva del Danno Sanitario effettuata prendendo a riferimento una produzione di otto milioni di tonnellate annue di acciaio ottenuta dal solo ciclo integrale ad A.I.A. del 2012 completamente attuata. Una valutazione che nessuno ha mai confutato, rispetto alla quale continuano a non essere fornite indicazioni concrete su come quei rischi possano essere scongiurati, riferita ad un’A.I.A. sovrapponibile per moltissimi elementi a quanto previsto dall’attuale Piano Ambientale.

Legambiente torna a chiedere di disporre nel più breve tempo possibile l’effettuazione della VIIAS per lo stabilimento siderurgico di Taranto. Al di là dell’eventuale decreto interministeriale, che resta un provvedimento amministrativo, ci sono a nostro avviso tutti i presupposti di necessità e urgenza che giustifichino l’emanazione immediata, da parte del Governo, di un decreto legge che ne disponga l’attuazione. C’è anche una proposta di legge depositata in Parlamento, ma i tempi del normale iter parlamentare confliggono con la necessità di fornire con urgenza risposte chiare e scientificamente validate alla comunità jonica in merito alle ricadute dell’impianto sulla salute dei cittadini e dei lavoratori.

SICUREZZA e INNOVAZIONE, garanzia per lavoratori e cittadini

Evidenziamo l’esigenza che i nuovi Commissari di ILVA in AS o, direttamente, il Governo, chiedano ad Arcelor Mittal informazioni precise e dettagliate riguardo l’ammontare della spesa effettuata da novembre ad oggi per le manutenzioni ordinarie e straordinarie degli impianti, le somme impegnate fino a fine 2019, la specifica degli impianti su cui sono state o saranno spese tali somme. Le poche notizie che filtrano dalla fabbrica non evidenziano, ad oggi, l’effettuazione di quella cospicua mole di interventi che parrebbe necessaria a fronte di impianti per i quali sono diffusamente richiesti interventi manutentivi.
Nello stesso tempo chiediamo di conoscere a quanto ammontino le somme anticipate da ILVA in AS per permettere un rapido avvio delle opere previste dal Piano Ambientale, se Arcelor Mittal abbia già provveduto a rimborsarle o a quanto ammonti l’eventuale residuo: è una notizia essenziale sia per sapere se le risorse destinate alla bonifica delle falde e dei terreni inquinati dallo stabilimento siderurgico siano o meno tutte già disponibili, sia per conoscere a quanto ammonti, anche in questo campo, l’investimento finora messo in campo dai Mittal.
La salute e la sicurezza di chi lavora nell’ex ilva per noi vanno di pari passo con la salute e la sicurezza dei bambini e dei cittadini di Taranto: per questo servono notizie e cifre certe, impegni chiari, trasparenti e verificabili. Le buone intenzioni e la rigorosa applicazione delle normative sulla sicurezza non sono sufficienti se ad esse non si accompagnano anche forti investimenti che consentano di incidere in profondità sullo stato degli impianti e sul loro rinnovamento per abbattere i rischi di incidenti sul lavoro ed evitare incrementi di emissioni connesse al malfunzionamento e i conseguenti rischi per la salute in primis dei lavoratori.

Legambiente ribadisce inoltre di ritenere inadeguato quanto previsto dal Piano Ambientale in vigore per le cokerie, tra le principali fonti inquinanti dello stabilimento, a partire dai tempi di attuazione degli interventi, che risultano oltremodo dilatati rispetto alla vecchia A.I.A., come già evidenziato nelle Osservazioni presentate a suo tempo dall’associazione. Ribadiamo la richiesta di innovazioni tecnologiche volte a eliminare o ridurre l’utilizzo di coke; la necessità di chiudere le batterie più inquinanti, allo scopo di ridurre le emissioni di polveri, IPA e altre sostanze, e del rifacimento completo delle batterie per ottenere maggiore efficienza e minori emissioni; oltre alla rapida implementazione del sistema di monitoraggio tramite l’installazione di nuove centraline in prossimità delle batterie e di videocamere mirate al controllo delle emissioni sia fuggitive che convogliate.

Il futuro dello stabilimento deve prevedere produzioni che non siano più pericolose per la salute e l’ambiente e il governo deve agire senza ricalcare le scelte che negli ultimi 20 anni hanno sempre privilegiato gli interessi dell’industria a scapito di quelli della popolazione. Taranto e l’Italia hanno bisogno di soluzioni innovative e coraggiose, in grado di coniugare la tutela dell’ambiente, la qualità della vita, la salute dei cittadini e il diritto al lavoro. Noi pensiamo che il futuro dell’acciaio sia in una produzione totalmente “decarbonizzata”, capace di abbattere drasticamente le emissioni inquinanti, ma passeranno anni, prima che questo diventi realtà; occorre perciò lavorare per costruire questo futuro e preoccuparci di fare in modo che gli anni che ci separano da esso non siano segnati da danni inaccettabili, da dolori e sofferenze che sarebbe stato possibile evitare.

BONIFICA – I Commissari straordinari passano, le aree contaminate dell’ex Ilva restano

L’ultimo Piano Ambientale relativo allo stabilimento ex Ilva di Taranto, adottato con DPCM del 29 settembre 2017, prevede che gli interventi di messa in sicurezza, bonifica e risanamento ambientale da realizzare nelle aree contaminate rimaste nella titolarità dell’Amministrazione Straordinaria dell’ILVA S.p.A., non oggetto di cessione e quindi esterne al perimetro dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), dovranno essere eseguiti dai Commissari Straordinari nominati dal Governo. Sono aree sostanzialmente destinate in precedenza a discarica dei rifiuti industriali: ex Cava Due Mari, ex cava Cementir, Mater Gratiae, Gravina di Leucaspide, per la cui bonifica i Commissari Straordinari devono formalizzare le proposte di intervento al Ministero dell’Ambiente, attivando le procedure previste per i Siti di Interesse nazionale (SIN). Dal 1° novembre 2018 lo stabilimento ex Ilva di Taranto è passato sotto il controllo di Arcelor Mittal.
Sono 200 i milioni a carico di Arcelor Mittal destinati agli interventi di decontaminazione e bonifica del suolo e delle acque sotterranee, rivenienti dagli impegni assunti dall’azienda con l’Addendum al Contratto di affitto. La messa in sicurezza della falda superficiale e profonda che dalle aree poste sotto lo stabilimento siderurgico finisce per sfociare nel Mar Piccolo di Taranto è, ovviamente, di massima rilevanza. I lavori dovrebbero essere completati entro il 2023.
Ma a che punto è la bonifica delle aree a carico del pubblico per cui sono nominati i Commissari straordinari? Le risorse non mancano: ammonta a circa 800 milioni di euro la somma riveniente dalla transazione con la famiglia Riva destinata alla bonifica. Il 6 marzo 2019 i Commissari straordinari (nominati a gennaio 2015) sono stati protagonisti di una Audizione alla Camera dei Deputati, Commissione VIII in cui, rispetto agli interventi di bonifica da effettuare hanno fornito solo alcune generiche indicazioni. A tutt’oggi, i cittadini di Taranto non conoscono le proposte di intervento poste sotto la responsabilità dei Commissari straordinari. Dal 1° giugno Taranto vedrà un nuovo cambio di Commissari Straordinari. Oltre la retorica, ci sarà un cambio di passo?

Legambiente chiede che si proceda rapidamente e che i nuovi commissari forniscano al più presto una informazione puntuale e dettagliata sull’utilizzo delle risorse di cui sono in possesso unita ad un preciso cronoprogramma degli interventi di bonifica da effettuare.

BONIFICHE – A Taranto la bonifica del Mar Piccolo è sempre in alto mare

Il Mar Piccolo di Taranto, gravato dai veleni riversati negli anni dall’Arsenale Militare, dagli ex Cantieri Navali di Fincantieri e dal siderurgico, è stato inserito sin dal 1990 nelle aree a elevato rischio ambientale e dal 1998 è tra i Siti di Interesse nazionale (SIN). Per la sua bonifica erano stati stanziati 119 milioni di euro. Il primo commissario straordinario alla bonifica di Taranto, l’ingegner Alfio Pini, fu nominato a gennaio 2013. L’attuale commissario, la dottoressa Vera Corbelli, è stata nominata a luglio del 2014. Sei anni di commissariamento e la bonifica del mar Piccolo continua a essere in alto mare. In questi anni il Mar Piccolo è stato oggetto di numerosi studi, dopo la decisione della dottoressa Corbelli di considerare insufficiente quello prodotto da Arpa Puglia ad aprile del 2014, reso pubblico solo dopo 200 giorni. Nello studio Arpa erano state già indicate alcune linee guida da utilizzare per una bonifica di un ecosistema estremamente complesso che necessita di diverse tipologie di interventi. A tutt’oggi la dottoressa Corbelli non ha reso pubblici gli esiti degli studi effettuati, nonostante le nostre reiterate richieste. In concreto, i fondali inquinati del Mar Piccolo sono stati interessati sinora solo da lavori di rimozione e smaltimento dei materiali di natura antropica (veicoli, pneumatici, ecc…), peraltro ancora da completare. Invece, per ciò che attiene il risanamento e la messa in sicurezza permanente dei sedimenti è stato pubblicato in data 01/06/2018 il bando di gara per l’affidamento della progettazione definitiva ed esecutiva, nonché della realizzazione degli interventi nelle aree prioritarie mediante dimostrazione tecnologica. Il bando prevede preventive sperimentazioni per tre tipologie di interventi che coincidono con quelle a suo tempo evidenziate da Arpa Puglia.
A distanza di quasi un anno non si conoscono ancora gli esiti del bando. Di concreto, quindi, ancora nulla: a oltre 6 anni dall’insediamento della struttura commissariale una delle aree più importanti di Taranto, sia dal punto di vista identitario per la città che per le attività economiche che vi si svolgono e che vi si potrebbero svolgere, rimane ancora da bonificare E chissà per quanto tempo ancora lo rimarrà, visto che le sperimentazioni devono ancora cominciare, che bisognerà aspettarne gli esiti e valutarli per passare, finalmente, agli interventi veri e propri. Eppure si fa un gran parlare di attività economiche e occupazionali alternative al siderurgico ma nemmeno le bonifiche, che darebbero un po’ di ossigeno in tutti i sensi, riescono a partire.

Legambiente chiede una decisa accelerazione degli interventi: più che stipulare nuovi protocolli di intesa è necessario cominciare al più presto le sperimentazioni previste e rendere noti gli esiti degli studi effettuati sinora in modo che tutti i cittadini possano averne contezza per poter valutare con cognizione di causa gli interventi che si andranno ad effettuare.

RIGENERAZIONE URBANAIl Contratto Istituzionale di Sviluppo (CIS) di Taranto

E’ almeno dal 2012, anno in cui il provvedimento di sequestro della magistratura portò alla ribalta la complessa vicenda dello stabilimento siderurgico, che si sprecano le promesse (e i provvedimenti) di sostegno all’economia e all’occupazione della città jonica succube della monocultura dell’acciaio. Il D.L. n. 1 del 5 gennaio 2015 ha previsto che l’attuazione degli interventi funzionali ad affrontare le situazioni di criticità ambientale, socio-economica e di riqualificazione urbana, sia disciplinata da uno specifico Contratto Istituzionale di Sviluppo (CIS), attivando un Tavolo istituzionale permanente per l’Area di Taranto (TIP). Tale Tavolo, costituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha assorbito le funzioni di tutti i tavoli tecnici istituiti per affrontare l’emergenza con l’incarico di definire il contenuto operativo dello strumento di programmazione e di coordinarne l’attuazione.
Il tavolo inter-istituzionale del Contratto istituzionale di sviluppo per Taranto (Cis) si è riunito l’ultima volta, presieduto dall’allora ministro per la Coesione territoriale Claudio De Vincenti, il 9 aprile 2018. In quella sede fu fatto il punto sullo stato di avanzamento degli interventi previsti: lavori conclusi per 92 milioni di euro e cantieri aperti per ulteriori 398, pari complessivamente al 57% della dotazione iniziale di 863 milioni di euro, con ulteriori 357 milioni di opere in fase di progettazione. Inoltre, venne ufficializzata l’implementazione delle risorse, che raggiunsero complessivamente 1 miliardo e 100 milioni. Gli interventi dovrebbero interessare principalmente le bonifiche, il recupero della città vecchia di Taranto, il polo museale dell’Arsenale, il nuovo ospedale di Taranto. L’ulteriore integrazione delle risorse riguardò 52milioni di euro stanziati dal Cipe per le bonifiche (di cui 40 milioni per il rione Tamburi); 70 milioni di euro per il progetto di “Ammodernamento tecnologico delle apparecchiature e dei dispositivi medico diagnostici delle strutture sanitarie dei comuni dell’Area di Taranto”, 90 milioni di euro sbloccati dal Cipe per la Città vecchia di Taranto a seguito della conclusione della fase istruttoria dei progetti esecutivi previsti dal CIS per il centro storico. Da allora c’è stato un cambio di Governo, sono seguite infuocate polemiche sul destino dello stabilimento, ma ci si è dimenticati delle responsabilità delle istituzioni e della politica lasciando che le risorse pubbliche fossero congelate e si accumulassero ritardi nella realizzazione dei progetti.
Finalmente, pochi giorni fa, il 24 aprile, il Ministro dell’Economia Di Maio, accompagnato da ben altri quattro Ministri della Repubblica, è tornato a Taranto per riunire il “Tavolo”. Si è scusato per averci messo tanto tempo ma voleva arrivare ben preparato. I frutti portati dopo otto mesi di “difficile” lavoro di preparazione per lo sviluppo economico della città: la costituzione di tre gruppi di lavoro e la promessa di rivedersi dopo due mesi. Le risorse sono quelle già rese disponibili precedentemente. Lo slogan non cambia: “piena riconversione dell’area di Taranto”.

Legambiente ritiene che si debba recuperare in fretta il tempo perduto dando priorità agli interventi relativi all’approvvigionamento idrico dello stabilimento siderurgico utilizzando i reflui affinati provenienti dagli impianti di depurazione di Gennarini e Ballavista, alla creazione del polo museale dell’Arsenale Militare, che può diventare un grande polo culturale e turistico, affiancando l’esperienza del Mar.Ta, il Museo Archeologico di Taranto, al recupero della Città Vecchia di Taranto, possibile volano di un diverso sviluppo, patrimonio unico e irripetibile la cui perdita risulterebbe irreparabile e che va salvaguardato con tutte le sue peculiarità, per la quale proponiamo che si apra un grande cantiere di restauro – ripetendo la virtuosa operazione culturale fatta a Matera (non a caso capitale europea della cultura per il 2019) con il recupero dei Sassi – che preveda una certosina opera di conservazione, restauro e recupero del patrimonio edilizio, in grado di restituire nuova vita all’Isola coniugando le moderne esigenze dell’abitare con quelle del restauro e della conservazione.

Per i tre gruppi di lavoro annunciati dichiariamo la nostra disponibilità come associazione ambientalista tra le maggiormente rappresentative a livello nazionale a partecipare fornendo il nostro apporto di idee e proposte affinché, nella individuazione delle scelte, finalmente siano prese in seria considerazione le ragioni dei cittadini di Taranto

DEPURAZIONE: La chimera del riutilizzo delle acque depurate a Taranto

Nel 1994 fu finanziata, e successivamente realizzata con lavori ultimati nel 1997, la condotta che doveva portare le acque affinate degli impianti reflui civili dei depuratori Gennarini e Bellavista allo stabilimento siderurgico di Taranto per essere utilizzate nei processi di raffreddamento degli impianti. In tal modo si sarebbe evitato il prelievo per usi industriali delle acque del fiume Sinni, liberando una portata d’acqua pari a 250 litri al secondo. A valle di questa condotta fu installato un impianto di super affinamento per rendere le acque idonee all’uso industriale.
Il primo e più importante lotto della condotta costò 17 miliardi di lire e fu progettato quando l’Italsider era ancora di proprietà pubblica e vi era l’accordo sull’uso delle acque reflue per il raffreddamento degli impianti. I Riva, diventati proprietari dello stabilimento di Taranto nel 1995, si rifiutarono di utilizzare quelle acque. L’opera fu manutenuta per alcuni anni per poi essere abbandonata.
Nell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) rilasciata all’Ilva nel 2011 fu inserita una prescrizione che sanciva l’obbligo per l’azienda siderurgica di utilizzare prioritariamente le acque affinate dei depuratori Gennarini e Bellavista.
Il Piano Ambientale del 2014 fissò in 24 mesi dalla stipula dei previsti accordi con la Regione Puglia (necessari per disciplinare ai sensi del DM 185/03 le modalità di gestione degli impianti e la relativa contribuzione annuale fissa al costo di gestione a carico dell’azienda) i tempi di esecuzione dell’intervento.
L’azienda si è sempre opposta a questa soluzione. Ha anche intentato un ricorso presso il Tar di Lecce, avverso il quale Legambiente si costituì ad opponendum, perdendolo. L’ormai ex Ilva, oggi ArcelorMittal, per il raffreddamento dei suoi impianti e per necessità di processo, utilizza ingenti quantità di acque prelevate da varie fonti: Mar Piccolo, Tara, Sinni, Fiumicello, ma anche da 32 pozzi. Di contro le acque reflue trattate dei depuratori Gennarini e Bellavista vengono scaricate a mare. E nella regione, come sottolineato dall’Arpa Puglia, il fenomeno del depauperamento delle risorse idriche sotterranee assume proporzioni preoccupanti: occorre quindi mirare ad una generale riduzione del prelievo da ogni fonte. Le acque dei fiumi Tara, Sinni e Fiumicello, prelevate in ingenti quantità dall’Ilva, risultano sempre più strategiche per garantire l’approvvigionamento idrico per uso civile e agricolo in particolare durante l’estate.

Legambiente ritiene che vada superata ogni resistenza, imponendo l’esecuzione della prescrizione AIA in tempi rapidi, e superando i ritardi nella progettazione dell’adeguamento dell’impianto di depurazione a fini industriali. Si eviterebbero: le inaccettabili riduzioni della portata del fiume Tara e gli emungimenti praticati dai pozzi interni allo stabilimento, lo spreco di denaro pubblico connesso al mancato utilizzo delle opere già realizzate sinora, si libererebbe la città di Taranto dalle problematiche collegate al malfunzionamento della condotta sottomarina del depuratore Gennarini, ormai in uno stato di grave degrado.

RISARCIMENTI, un altro diritto negato

Il “combinato disposto” di tutti i decreti “salva Ilva” emessi dai vari Governi che si sono succeduti dal 2012 ad oggi, e che hanno comportato anche sostanziali modifiche alla normativa della amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi, e quindi dei decreti di ammissione di tutte le società del gruppo Riva alla procedura di Amministrazione Straordinaria, nonché degli atti delle procedure stesse pendenti presso la sezione fallimentare del Tribunale di Milano, nonché i “patteggiamenti” e le transazioni tra la famiglia Riva e le Procure di Milano e di Taranto, il Governo e gli Amministratori Straordinari delle società del Gruppo Riva, hanno definito un quadro che comporterà per i cittadini di Taranto la sostanziale impossibilità di ottenere un qualsiasi ristoro al danno che essi hanno subito per tutti gli anni di esposizione all’inquinamento ed all’imbrattamento dei propri immobili, ormai definitivamente accertato da sentenze passate in giudicato e da innumerevoli atti degli organi preposti al controllo. Impossibilità di ottenere risarcimenti che risulta ancora più intollerabile se si pensa che sino alla vendita della ex Italsider alla famiglia Riva, e quindi per più di trent’anni, lo stabilimento ha inquinato la città e i cittadini di Taranto, senza che lo Stato Italiano, proprietario di IRI, sia mai stato chiamato a rispondere dei danni causati.

Legambiente chiede di affrontare, senza intaccare le risorse destinate alla bonifica, il tema dei risarcimenti della città e dei cittadini di Taranto, in particolare quelli del quartiere Tamburi, i più esposti alle emissioni inquinanti dello stabilimento siderurgico, prevedendo l’apertura di un percorso in sede amministrativa, coinvolgendo la procedura di A.S. e il nuovo gestore dello stabilimento, per garantire un ristoro concreto ai danneggiati che non potranno ricevere soddisfazione dalla procedura concorsuale

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