L’accesso ai diritti (sociali, ambientali, sanitari), è una delle sfide più urgenti poste dalla globalizzazione. Fortemente voluta dalla comunità internazionale fiduciosa negli effetti positivi che avrebbe prodotto sulle economie del Pianeta, la liberalizzazione degli scambi commerciali ha invece portato alla ribalta i grandi limiti di un approccio iper-liberista: nuove economie sono cresciute sullo sfruttamento della manodopera, sull’assenza di diritti, sull’inquinamento e la contaminazione dell’ambiente, sull’uso privatistico di beni pubblici come l’acqua. Gli stessi accordi dell´Organizzazione mondiale del commercio sottoscritti a Marrakech nel 1994, se da un lato esprimo una fede incondizionata nell’apertura dei mercati, dall’altro timidamente riconoscono anche la necessità di proteggere alcuni beni dagli effetti collaterali della mondializzazione dei mercati: si parla di salute, ordine pubblico, ma anche di sviluppo sostenibile, e dunque di preservazione delle risorse ecologiche e di garanzia dei diritti dell´uomo. Della difesa di questi diritti si è fatto portavoce il movimento no-global (o new-global): contrario non tanto al fenomeno in sé, ma ad una globalizzazione che aumenta, e non accorcia, le distanze economiche e sociali. “Globalizzare i diritti” è stato uno degli slogan del movimento nato a Seattle nel 1999. La proposta no-global indica nell’internalizzazione dei costi sociali ed ambientali la via per correggere le disparità: attivare, cioè, meccanismi che integrino i costi ambientali (per limitare l’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo) e sociali (per garantire diritti i lavoratori) in quelli di produzione; e garantire regole che assicurino l'accesso di ciascuno ai beni comuni, sottraendoli alla privatizzazione.
I numeri dell'accesso ai diritti