“È un’economia basata sulla conoscenza e sull’innovazione ma anche sull’identità, la storia, la creatività, la qualità. Un’economia in grado di coniugare coesione sociale e competitività e di trarre forza dalle comunità e dai territori”. Così la definiscono il giornalista di Repubblica, Antonio Cianciullo, e il presidente onorario di Legambiente, Ermete Realacci, nel loro Soft Economy (Biblioteca Universale Rizzoli, 2005): una ricetta per contrastare il declino economico e soprattutto una carrellata di esempi del made in Italy tanto decantato da media e classe politica. Alle tre T teorizzate dal ricercatore statunitense Richard Florida nel libro L’ascesa della nuova classe creativa (Arnaldo Mondadori, 2003) – tecnologia, talento e tolleranza – gli autori ne aggiungono una quarta, su cui il nostro Paese può contare e su cui deve investire di più: il territorio.
La soft economy è un’economia che vuole mettere insieme l’elettronica avanzata e la qualità del paesaggio, la ricerca e i prodotti tipici. È un borgo dove l’innovazione si sposa con la bellezza del paesaggio e il turismo. Quel mondo industriale che vede nel territorio una risorsa e non cerca di delocalizzare, che punta sul consenso e applica politiche sostenibili a livello ambientale. È l’agricoltura biologica, settore in cui l’Italia primeggia nel mondo. Più in generale, è la capacità di cogliere le opportunità offerte dalla tradizione per trasformarle in fattori di sviluppo. Il suo indicatore è il Prodotto interno qualità (Piq), uno strumento che misura quanta parte dell’economia nazionale, a sua volta misurata dal Pil, è di qualità. In definitiva, la soft economy è una scommessa che l’Italia può vincere se intraprende la corsa verso l’eccellenza e la estende dalla qualità del prodotto a quella della vita.