Nel Sud Italia la presenza ‘ingombrantÈ di uno Stato assistenziale ha distorto la logica di mercato, contribuendo a pregiudicarne lo sviluppo. Alcuni servizi fondamentali – la depurazione delle acque o la fornitura di energia elettrica, per esempio – non sono garantiti o lo sono in maniera insufficiente. Gli investimenti il più delle volte hanno favorito gli interventi speculativi a quelli produttivi. La disponibilità di fondi da spendere e il rischio di perderli, a partire da quelli comunitari, hanno costituito l’alibi per andare in deroga agli strumenti di tutela e pianificazione che avrebbero dovuto garantire la tutela di un territorio già reso fragile da un diffuso dissesto idrogeologico. L’impatto ambientale è stato devastante, con paesaggi e zone di pregio invase da cemento, industrie fantasma, opere pubbliche inutili e spesso incompiute. Nel Mezzogiorno, per ‘accontentare tutti’, si è inoltre investito più nelle infrastrutture locali che su quelle di rete, penalizzando i trasporti a minor impatto come le ferrovie. Un’altra area critica è quella relativa alla gestione del ciclo dei rifiuti, con una raccolta differenziata ferma al 10%. In questo quadro, l’impatto occupazionale degli investimenti pubblici è stato nullo, per rendersene conto basta guardare i numeri sulla ‘nuova emigrazionÈ verso Nord, paragonabili a quelli degli anni Sessanta.
Serve un grande progetto di rilancio culturale e sociale del Mezzogiorno. Per rafforzare le politiche sociali e la qualità della vita delle regioni meridionali. Per mettere in scacco le organizzazioni mafiose, indebolendo il loro sistema di potere e favorendone lo sradicamento. La crisi climatica, che obbliga a puntare sulle rinnovabili, potrebbe essere la prima grande occasione. Investire nel solare per esempio, significherebbe creare occupazione, rafforzare la ricerca e contribuire alla salvaguardia ambientale.