È l’attività delle organizzazioni criminali che operano nel settore dei beni culturali, dedite agli scavi archeologici clandestini, al furto e al traffico di opere d’arte. Per gli imprenditori del crimine il saccheggio archeologico è un’occasione unica per riciclare denaro, utilizzare i beni trafugati come moneta di scambio per partite di droga e armi, come mezzo di ricatto nei confronti dello Stato.
Aree archeologiche sono depredate ogni giorno in tutto il mondo: dal Nord Africa all’America Latina, all’Asia. Ma è il nostro Paese, principale giacimento mondiale di beni archeologici, quello più esposto alla razzia del patrimonio culturale.
Tre le figure tipiche del traffico di beni archeologici ci sono i tombaroli, che si occupano di “produrre il pezzo” attraverso scavi clandestini, furti e contraffazioni; i ricettatori, che trafficano il bene “piazzandolo” nel Paese d’origine se di valore medio-basso, all’estero se è invece medio-alto; i committenti-ricettatori, che rivendono gli oggetti a musei, case d’asta e privati in tutto il mondo. I reperti sono esportati clandestinamente – Nord America, Australia e Giappone le mete più gettonate – dopo essere stati “ripuliti” attraverso false documentazioni ottenute in quei Paesi, come la Svizzera, che costituiscono veri porti franchi.
Il bottino più appetibile in questo settore criminale è rappresentato dai reperti archeologici sommersi. La ragione è che questi beni, sconosciuti fino al ritrovamento, sfuggono alle ricerche perché non sono mai stati catalogati. Uno dei casi più noti è quello dell’Apollo Sauroctonos, un’antica statua greca che comparve dal nulla nel museo di Cleveland, nell’Ohio. Secondo la versione ufficiale sarebbe stata acquistata presso una galleria d’arte svizzera e proveniente da una collezione privata tedesca, ma il governo della Grecia smentì questa ricostruzione, riuscendo a dimostrare che fu ritrovata in mare negli anni 90.