Perché un ambientalismo scientifico


Legambiente è convinta da sempre che un nesso inscindibile leghi il progresso della scienza, di una scienza libera e responsabile, all’obiettivo di contrastare il degrado ambientale che minaccia gli equilibri ecologici, colpisce la vita degli uomini di oggi e ipoteca il destino delle future generazioni. Sebbene i movimenti ecologisti siano stati influenzati anche da posizioni utopistiche, l’ambientalismo è un pensiero politico a forte impronta scientifica, le cui radici affondano nei nuovi paradigmi scientifici sull’interazione tra uomo e ambiente affermati dalla biologia e dall’ecologia nel corso dell’Ottocento e del Novecento, a partire dalla definizione del ruolo dell’ambiente nella teoria darwiniana dell’evoluzione. Del resto, la continuità tra l’ecologia come riflessione scientifica ed epistemologica e l’ambientalismo come pensiero e movimento politico è testimoniata dalla formazione tecnico-scientifica di moltissimi dei protagonisti antichi e recenti dell’impegno per la difesa dell’ambiente: dai botanici americani che all’inizio del secolo scorso s’impegnarono per la creazione dei primi parchi nazionali, fino ai biologi, ai fisici, agli economisti "padri fondatori" trent’anni fa dell’ecologia politica.

Punte avanzate della "società della conoscenza", la ricerca e la scienza sono strumenti indispensabili per realizzare la riconversione ecologica delle produzioni e dei consumi, e in particolare in Paesi come l’Italia sono risorse decisive per costruire un futuro economicamente solido e ambientalmente sostenibile.

La crisi della ricerca in Italia 

Per tutto questo, noi ci ribelliamo ai tentativi di contrapporre le ragioni della scienza a quelle della difesa dell’ambiente, e al tempo stesso giudichiamo con grande preoccupazione la crescente fragilità del sistema italiano della ricerca.

In Italia viene destinato alla ricerca circa l’1%, contro il 2,32% della Germania, il 2,2% della Francia, l’1,87% del Regno Unito. Quanto ai fondi pubblici per la ricerca, non raggiungiamo lo 0,6% del Pil contro l’1,2% della media europea, quattordicesimi su 18 tra i grandi Paesi industrializzati.

Con molte sue scelte, il governo Berlusconi ha ulteriormente indebolito il sistema della ricerca pubblica: sono diminuiti i finanziamenti (ridotti sia il Fondo per le Università che i trasferimnenti agli Enti non universitari), sono state bloccate le assunzioni, è stata varata una riforma del Cnr che ne mina l’autonomia e l’efficienza prevedendo tra l’altro la nomina politica per i direttori di dipartimento. Inoltre, è stato fortemente ridimensionato il ruolo dell’Anpa, l’Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente, e della stessa Enea.

Il Cnr francese conta circa 20 mila ricercatori, contro i complessivi 7 mila di tutti gli enti di ricerca italiani. In Italia il numero di dottori di ricerca per anno è di 4500 contro i 10 mila della media europea, mentre i ricercatori sono 3,3 ogni 1000 lavoratori (5,7 la media europea).

Degli oltre 2700 ricercatori presenti nella classifica dei più citati stilata dall’Institute for Scientific Information di Filadelfia, solo 29 sono italiani. Nessun ricercatore italiano per discipline importanti come le neuroscienze, la geologia, la microbiologia.

In Italia ci sono 2,78 ricercatori ogni 1000 persone attive. In Giappone sono 9,72, negli Stati Uniti 8,66, la media europea è di 5,36 e prima di noi ci sono anche Spagna (3,77), Portogallo (3,11) e Grecia (3,32).

Nel nostro Paese si contano 14 domande all’anno di nuovi brevetti ogni 100 mila lavoratori, contro le 192 della Germania, le 83 della Francia, le 123 degli Stati Uniti, le 572 del Giappone.

Contro ogni fondamentalismo

Per Legambiente è prioritario che sia dato nuovo slancio alla ricerca italiana, in particolare al sistema della ricerca pubblica, ed è altrettanto urgente rilanciare le ragioni di un dialogo forte tra comunità scientifica e mondo ambientalista, un dialogo certo che non rimuova ma anzi affronti di petto le difficoltà e le incomprensioni manifestatesi in questi anni.

Noi riteniamo che occorra superare il fondamentalismo di chi, tra gli ambientalisti, tende a rappresentare gli scienziati come "nemici". Questo atteggiamento fa leva su paure irrazionali ed ancestrali — il timore della "intrusione" nel nostro corpo e nella nostra mente e della perdita d’identità — e sul "mito del ricordo" che identifica il passato con un Eden immaginario. Su di esso, inoltre, influiscono negativamente i mezzi di comunicazione di massa, che utilizzano la paura e l’orrore come uno dei mezzi principali per catturare l’attenzione del pubblico, e anche l’approccio "fideistico" di troppi scienziati e tecnologi, che inevitabilmente aumenta la diffidenza verso la scienza e le sue applicazioni.

Con altrettanta forza, però, vanno contrastate le campagne strumentali o disinformate di quanti descrivono l’ambientalismo come una cultura nemica della scienza, del progresso, giungendo per questa via a negare l’evidenza scientifica di problemi globali come l’aumento dell’effetto serra e le sue origini antropiche, o di rischi ambientali come la produzione di energia attraverso la fissione nucleare (esemplare da questo punto di vista l’offensiva lanciata dal danese Bjørn Lomborg con il suo saggio "L’ambientalista scettico", e cavalcata anche in Italia da alcuni suoi epigoni) . Questo opposto fondamentalismo, che negli scienziati e soprattutto nei tecnologi assume talvolta toni emotivi ed irrazionali non molto dissimili da quelli di certo ambientalismo, dà spesso voce ad interessi assai forti e potenti e trova alimento nel senso di frustrazione più che legittimo di molti appartenenti alla comunità scientifica per il ruolo marginale nel quale è tenuta da sempre la ricerca in Italia.

Nel nostro Paese la scienza non ha mai goduto del prestigio e dell’attenzione che le sarebbero dovuti, e la domanda di ricerca da cui dipendono i finanziamenti — da parte dei governi ma anche delle imprese e dell’opinione pubblica in genere - é estremamente bassa: per questo scienziati e tecnologi, in lotta perenne per la sopravvivenza, tendono spesso a rifugiarsi dietro baluardi fatti di certezze assolute, dietro una visione assiomatica e determinista della scienza, e però queste reazioni finiscono per rafforzare nell’opinione pubblica quella immagine degli scienziati come apprendisti stregoni che è proprio una delle cause della fragilità del sistema della ricerca scientifica in Italia.

I limiti della scienza

Pure il progresso scientifico deve essere oggetto di critica razionale; se è invece oggetto di cieca e intollerante fede, non è più scienza.

Claudio Magris

La scienza, come qualsiasi attività umana, non può pretendersi svincolata da ogni limite. Così, è legittimo e anzi doveroso che ci si interroghi, che anche scienziati e ricercatori si interroghino, sui rischi che comporta la dipendenza sempre maggiore delle attività di ricerca da finanziamenti privati. Entro quali limiti, tale dipendenza non diventa un’ipoteca troppo pesante proprio per quella libertà di ricerca che alcuni vedono minacciata da chi mette in discussione questa o quella innovazione scientifico-tecnologica? Non è un caso, per esempio, che riviste come "Nature" e "Science" pubblichino in calce ai loro articoli i possibili conflitti di interesse degli autori, così come la rivista "Epidemiologia e Prevenzione" della Associazione italiana di epidemiologia. Ancora: l’automatica estensione ai risultati della ricerca, in particolare della ricerca biotecnologica, dei meccanismi brevettuali, non rappresenta un ostacolo alla diffusione delle conoscenze tra gli stessi ricercatori e una violazione di diritti collettivi? È lecito considerare la materia vivente alla stregua di una macchina su cui l’inventore acquisisce un brevetto? Si prenda un caso ormai celebre, quello dei farmaci antiretrovirali per la cura dell’Aids: la combinazione fabbricata nei Paesi sviluppati ha un prezzo di oltre 10 mila dollari all’anno, la stessa combinazione prodotta da una casa farmaceutica indiana senza pagare brevetti è venduta (con profitto) a 600 dollari/anno ai governi dei Paesi poveri.

Difendere e proporsi di ampliare lo spazio della ricerca pubblica ha anche questo di obiettivo: ribadire che la scienza deve essere utile all’uomo prim’ancora che a una singola azienda, che senza una forte e autorevole ricerca pubblica di base sarà impossibile far vivere concretamente il principio di precauzione. Così, le applicazioni tecnologiche vanno sottoposte al vaglio degli strumenti democratici di controllo, e i criteri di tale controllo devono essere oggetto di una discussione complessiva in cui siano determinanti la valutazione dei livelli di imprevedibilità e dunque di rischio potenziale dei diversi prodotti della tecnologia, anche al fine di concretizzare meglio il significato del principio di precauzione nei diversi campi.

A questa discussione devono partecipare scienziati delle diverse tendenze e tecnologi ma anche rappresentanti della società civile, in quanto l’analisi deve estendersi alle questioni etiche e sociali.

Le azioni di Legambiente

Negli ultimi anni Legambiente, grazie anche all’apporto di un Comitato scientifico composto da quasi 300 tra scienziati, tecnici e ricercatori, ha accresciuto l’impegno in favore della ricerca: nel 2001 abbiamo promosso un appello, firmato da oltre 400 scienziati e ricercatori (tra i quali Rita Levi Montalcini, Giorgio Parisi, Enzo Boschi, Luigi Boitani, Marcello Cini, Marcello Buiatti), in cui si afferma che "il progresso delle conoscenze scientifiche è indispensabile alla salvaguardia del sistema umano-ambientale" e si sottolinea "l’esigenza di un più forte investimento nella ricerca", mentre dal 2000 assegniamo ogni anno il Premio all’innovazione amica dell’ambiente, riconoscimento per le aziende che puntano su prodotti e processi a basso impatto ambientale e ad alto contenuto di conoscenza.

Numerosi sono inoltre i casi di collaborazione di comitati regionali o singoli circoli di Legambiente con istituzioni scientifiche (Università, Arpa, ecc.). A queste iniziative, si aggiunge l’impegno quotidiano per raccogliere e diffondere dati sullo stato dell’ambiente: dai programmi di monitoraggio di campagne come Goletta Verde e Treno Verde, ai rapporti annuali Ambiente Italia ed Ecosistema Urbano.

Sul fronte delle azioni per consolidare il dialogo con la comunità scientifica, da segnalare il tavolo di confronto aperto con la Siga, Società italiana di genetica agraria, per giungere a posizioni comuni sul tema degli Ogm.

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